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Questa mattina sembra sia scoppiata una rivolta nel carcere di Pisa a seguito del suicido di un detennuto tunisino. Non si hanno ovviamente molte informazioni su quanto sta accadendo, ma la grave situazione del carcere Don Bosco era stata monitorata e denunciata già lo scorso anno in un esposto alla Procura di Pisa da una delegazione del Partito Radicale guidata da Rita Bernardini, membro della presidenza del partito.

La situazione all’interno delle carceri è esplosiva e solo con il dialogo e la nonviolenza si possono evitare gravi problemi. Il Partito Radicale ha lanciato dal 16 agosto una mobilitazione nonviolenta per la riforma dell’ordinamento penitanziario, un grande Satyagraha che ha già raccolto l’adesione di 5000 detenuti e cittadini. Abbiamo bisogno di una riforma della giustizia che veda nel carcere soltanto l’ultima ratio, come ha affermato lo stesso capo del Dap Santi Consolo. Anche nelle carceri lo Stato deve essere Stato di diritto, altrimenti non ha alcuna legittimazione

Di seguito l’esposto del 27 ottobre 2016

Al Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Pisa
Cons. Alessandro Crini
OGGETTO: ESPOSTO SU CONDIZIONI DI DETENZIONE NEL CARCERE DI PISA
Roma, 27 ottobre 2016
Egregio Consigliere Alessandro Crini,
domenica scorsa, 23 ottobre 2016, ho visitato il carcere Pisa, assieme ad una delegazione dell’Associazione Andrea Tamburi di Firenze composta da Maurizio Buzzegoli, Massimo Lensi, Vincenzo Russo, Emanuele Baciocchi, Alessandra Impallazzo. La visita era stata autorizzata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ai sensi dell’articolo 117, comma 2, del DPR n. 230 del 2000 (Regolamento penitenziario).
La delegazione è stata condotta in visita dal Comandante dell’istituto, dott. Vincenzo Pennetti, mentre il Direttore, assente per motivi di salute, il giorno successivo ha recapitato alla scrivente via email, il questionario debitamente compilato che avevamo trasmesso tramite il DAP, questionario che alleghiamo alla presente in quanto, già dalle risposte fornite si comprende come l’Istituto si trovi in palese violazione della normativa vigente.
In particolare, emerge che, a fronte di una capienza regolamentare di 210 posti, i detenuti presenti – tutti comuni – sono 266, 242 uomini e 24 donne. 143 sono i detenuti con condanna definitiva, mentre coloro che sono in attesa di giudizio sono ben 123 (46,2%), di cui ben 62 imputati (23,3%). Non pochi detenuti si trovano reclusi per scontare “un vecchio reato” che prevede anche solo pochi mesi di detenzione.
Nell’istituto di Pisa, dove si trovano 169 stranieri (160 uomini e 9 donne), cioè il 63,5% della popolazione detenuta, non c’è la figura del mediatore culturale, con tutti i problemi che ne conseguono per la presentazione delle istanze e/o reclami di ogni genere sia alla Direzione che al Magistrato di Sorveglianza.
I detenuti dichiaratisi tossicodipendenti sono 71 (60 uomini e 11 donne); di loro, 29 uomini e 5 donne sono in terapia metadonica. I sieropositivi sono 7, tutti uomini, mentre i detenuti affetti da epatite C sono 29 (24 uomini e 5 donne); i casi psichiatrici gravi sono 11 (7 uomini e 4 donne); i disabili motori sono 2, un uomo e una donna e occorre tenere presente che l’istituto (e le celle) NON è accessibile ai disabili motori i quali rischiano costantemente di cadere compiendo gli atti quotidiani della vita e di scivolare nelle docce (se tali possiamo definirle, considerata la loro insalubrità).
Su 266 detenuti sono solo 63 coloro che svolgono un’attività lavorativa; nella realtà dei fatti per 45 di loro trattasi di lavori interni al carcere (scopino, porta-vitto, spesino… lavori nient’affatto professionalizzanti e difficilmente spendibili una volta finita di scontare la pena) svolti per poco tempo e retribuiti con mercedi miserrime. Tutto il resto della popolazione detenuta passa la giornata nell’ozio e nella disperazione più completa. L’istituto è privo di palestra, ha il campo sportivo ma è inagibile e non è dotato di area verde per i colloqui con i familiari.
Ma ciò che ha sconvolto la delegazione in visita è stata la sporcizia e la fatiscenza dei luoghi di detenzione: mura scrostate e tappezzate con carta di giornale per coprire le sozzure stratificate sulle pareti, materassi indecenti, gabinetti a vista così che i detenuti devono defecare e orinare alla presenza dei loro compagni di cella e del personale penitenziario, scarichi wc e rubinetti rotti, reti fisse alle finestre che impediscono l’ingresso della luce e dell’aria, docce immonde, assenza dell’acqua calda in cella cosicché i detenuti debbono lavare i loro poveri indumenti con l’acqua fredda e appenderli in stenditoi di fortuna in cella. Il pericolo di trasmissione di malattie infettive in tale situazione di degrado igienico-sanitario è altissimo. La ASL, chiamata semestralmente a constare lo stato dei luoghi, ha effettuato l’ultima visita il 13 aprile scorso evidenziando la compromissione della salubrità delle celle e di altri luoghi frequentati da detenuti e personale: purtroppo, nulla è accaduto da allora.
Non è un caso, ad avviso della scrivente, che nel carcere di Pisa, nel corso di quest’anno si siano verificate due morti; che nel 2015 si sia suicidato un detenuto; che gli atti di autolesionismo dei detenuti ammontino a ben 184 e che le aggressioni nei confronti degli agenti siano stati 10. Lo stato di sofferenza e di prostrazione della popolazione reclusa è elevatissimo. Anche il personale, costretto ad operare nelle condizioni descritte, è apparso abbattuto, quasi umiliato a dover imporre ad altri esseri umani trattamenti così degradanti.
Si segnala anche la presenza in carcere di una detenuta con gravi problemi psichici, ricoverata nel Centro Clinico femminile del carcere. La ragazza in questione è sottoposta a una misura di sicurezza provvisoria per pericolosità sociale e, per questa ragione, non dovrebbe essere reclusa in un carcere, ma in una Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), come previsto dalla legge 81/2014, per le necessarie cure di natura ambientale e farmacologica. Da quanto appreso nel corso della visita, nonostante l’interessamento dei medici che hanno in cura la ragazza, non è stato possibile trasferire questa persona in carico alla Asl competente e/o in una struttura sanitaria adeguata a causa di mancanza di posti liberi sia nella struttura Rems di Castiglione delle Stiviere (Mantova, Lombardia) sia in altra località, preferibilmente più vicina come prescritto dalla norma relativa alla regionalizzazione degli internati psichici ex legge 81. La Toscana ha attualmente attiva solo una Rems in località Volterra, già piena e interamente dedicata agli uomini. Pur essendo il Centro Clinico femminile in condizioni migliori rispetto al resto della struttura penitenziaria di Pisa, si annota, tra i numerosi problemi, anche una scarsa coesione tra carcere e strutture territoriali preposte a garantire il diritto alla salute in carcere, come la Regione Toscana e le Asl.
A quanto ci ha riferito la Direzione nelle risposte al questionario, il Magistrato di Sorveglianza “si reca in sezione per i colloqui con i detenuti” ogni 15/20 giorni, ma non è chiarito se visita le celle di detenzione. Nel caso in cui lo abbia fatto come prescritto, c’è da meravigliarsi del mancato intervento, considerato che per l’art. 69 O.P egli può esprimersi anche con “disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati e degli internati”. In particolare, la sentenza della Corte Costituzionale n. 266 del 23 settembre 2009, nel rivalutare il ruolo complessivo del Magistrato di Sorveglianza nei suoi rapporti con le altre istituzioni ed in particolar modo con l’amministrazione penitenziaria, precisa che «…la norma (l’articolo 69 O.P.), nel quinto comma (ultimo periodo) dispone che il magistrato di sorveglianza «impartisce, inoltre, nel corso del trattamento, disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati e degli internati». La parola «disposizioni» – precisa la Corte Costituzionale – nel contesto in cui è inserita, non significa segnalazioni o inviti (tanto più che questa modalità d’intervento forma oggetto di apposita previsione nel primo comma dell’articolo 69), ma prescrizioni ed ordini, il cui carattere vincolante per l’amministrazione penitenziaria è intrinseco alle finalità di tutela che la norma stessa persegue»; i commi 1 e 2 dell’art. 69 della legge 26 luglio 1975, n. 354 stabiliscono che “Il magistrato di sorveglianza vigila sulla organizzazione degli istituti di prevenzione e di pena e prospetta al Ministro le esigenze dei vari servizi, con particolare riguardo alla attuazione del trattamento rieducativo. Esercita, altresì, la vigilanza diretta ad assicurare che l’esecuzione della custodia degli imputati sia attuata in conformità delle leggi e dei regolamenti”; l’art. 5 del D.P.R . n. 230 del 30 giugno 2000 prevede che “Il magistrato di sorveglianza, nell’esercizio delle sue funzioni di vigilanza, assume, a mezzo di visite e di colloqui e, quando occorre, di visione di documenti, dirette informazioni sullo svolgimento dei vari servizi dell’istituto e sul trattamento dei detenuti e degli internati.”; il 1° comma dell’art. 75 del D.P.R . n. 230 del 30 giugno 2000 prevede altresì che “Il magistrato di sorveglianza, il provveditore regionale e il direttore dell’istituto, devono offrire la possibilità a tutti i detenuti e gli internati di entrare direttamente in contatto con loro. Ciò deve avvenire con periodici colloqui individuali, che devono essere particolarmente frequenti per il direttore. I predetti visitano con frequenza i locali dove si trovano i detenuti e gli internati, agevolando anche in tal modo la possibilità che questi si rivolgano individualmente ad essi per i necessari colloqui ovvero per presentare eventuali istanze o reclami orali. (…)”.
Tutto quanto prescritto dalla normativa sopracitata nell’individuare i compiti del giudice di sorveglianza, non sappiamo se a causa della carenza degli organici, appare totalmente ignorato. Del resto, anche i giudici che hanno predisposto la custodia cautelare nel carcere di Pisa sembrano ignorare del tutto le condizioni di detenzione. Stessa osservazione vale per il Provveditore Regionale e per il Garante Regionale delle persone private della libertà.
Appare infine doveroso comunicare che nel carcere di Pisa non vige alcun “regolamento interno”, come predisposto dall’art. 36 del DPR 30 giugno 2000, n. 230 e, di conseguenza, esso non viene consegnato ai detenuti al momento dell’ingresso in carcere per conoscere quali siano i diritti e i doveri ai quali si debbono attenere.
Nel ringraziarla per l’attenzione, chiedo di essere informata sull’esito del presente esposto, ed eventualmente di essere avvisata della eventuale richiesta di archiviazione ai sensi dell’art. 408 del c.c.p. e ss.
Rita Bernardini

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Dichiarazione di Sara Funaro (assessore al Welfare del Comune di Firenze) del 18 agosto 2017 (fonte)

“Il sindaco, io e l’amministrazione comunale conosciamo bene la situazione del carcere di Sollicciano, non solo per le visite che vi ha fatto personalmente il sindaco, non soltanto per quelle che vi ho fatto io con tanto di sopralluoghi, l’ultimo dei quali l’8 agosto scorso, nelle celle delle varie sezioni eseguiti sia in inverno che in estate, ma anche per l’impegno che mettiamo, per quanto di nostra competenza, a migliorare la vita dei detenuti”. L’assessore al Welfare Sara Funaro risponde così ai Radicali che oggi hanno visitato il carcere di Sollicciano. “Riteniamo il penitenziario un pezzo di città su cui prestare grande attenzione – ha aggiunto Funaro – tanto che avevamo scelto di partecipare al progetto Urban, destinato alle periferie, con un progetto di miglioramento mirato alla struttura di Sollicciano. Ricordo anche che ogni anno 350mila euro sono stanziati per investimenti destinati ad organizzare attività per i detenuti, per l’operatore ponte e per due strutture di accoglienza esterna per detenuti. Ricordo che il garante dei detenuti, nominato dal Comune, è molto attivo e ci relaziona continuamente e che i rapporti con la direzione del carcere sono costanti, e continueranno ad esserlo, proprio a dimostrazione dell’attenzione che abbiamo verso la struttura e i detenuti”.

Dichiarazione di Grazia Galli (Direttorio associazione per l’iniziativa radicale “Andrea Tamburi”) del 20 agosto 2017

“Spiace osservare che la risposta del Comune di Firenze alla nostra richiesta di convocare un Consiglio comunale straordinario a Sollicciano, dedicato ai problemi del carcere, sia così stizzita. Una risposta un po’ burocratica, un elenco della spesa che ha il connotato della giustificazione e non, come sarebbe più consono, quello del dialogo e della riflessione. Il punto non è illustrare ciò che il Comune ha fatto, o cercato di fare, ma aprire e consolidare un ponte tra il carcere e la città per capire le vere necessità e quanto, tanto, ancora il Comune potrebbe fare.

Su questo l’Associazione per l’iniziativa radicale “Andrea Tamburi” ha offerto e continuerà ad offrire il proprio aiuto. Occorre però una disponibilità politica che, al momento non pare esserci da parte del Comune. La Regione Toscana, invece, con l’invio dei ventilatori ha risposto positivamente, privilegiando l’attenzione verso Sollicciano e i fatti concreti: un primo mattone per la costruzione di quel ponte contro l’esclusione, che va ora rafforzato con altre iniziative.

Un lavoro non facile, certo, ma necessario: per i detenuti, per il corpo di Polizia Penitenziaria, per gli operatori, gli educatori e, soprattutto, per la città di Firenze, la cui storia non è certo quella della rassegnazione all’illegalità.

Rilanciamo quindi la nostra proposta al Sindaco, Dario Nardella, sulla cui sensibilità istituzionale confidiamo, affinché non faccia mancare il proprio apporto alla costruzione di un percorso che riporti nella legalità costituzionale l’istituto di Sollicciano, che della città di Firenze è parte integrante”.

Dichiarazione di Dario Nardella (Sindaco di Firenze) del 20 agosto 2017 (fonte)

«Apprezzo l’iniziativa dell’associazione ‘Andrea Tamburi’ legata al movimento dei Radicali che ha riguardato il nostro carcere e che ha messo nuovamente in luce i problemi atavici di questa struttura. Da parte del Comune di Firenze non c’è alcuna volontà di prendere le distanze, ma una concreta disponibilità a valorizzare le molte iniziative mirate a migliorare le condizioni dei detenuti a Firenze e in Italia in generale». Lo ha detto il sindaco Dario Nardella dopo le dichiarazioni di Grazia Galli, dell’associazione radicale ‘Andrea Tamburi.
«Non dimentichiamo – ha aggiunto – che il principio costituzionale della finalità educativa della pena è costantemente messo in discussione dalle condizioni oggettive di molti carceri italiani, come dimostrato purtroppo dai dati della recidività dei detenuti che, una volta usciti dal carcere, tornano a delinquere in assenza di concrete opportunità di reinserimento sociale e lavorativo. A Firenze, con il Comune abbiamo accumulato una grande esperienza e grazie alla grande collaborazione del garante dei detenuti abbiamo le condizioni per dare una svolta alla riqualificazione di Sollicciano».
«Tuttavia – ha concluso Nardella – è evidente che il sindaco e la sua comunità possono poco senza un la volontà forte dello Stato che è il responsabile formale e sostanziale della condizione dei carceri nel nostro Paese. Sono dunque pronto a lavorare insieme agli amici Radicali su questo fronte portando l’esperienza e la passione dei miei collaboratori su questo campo».

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18 AGOSTO / DELEGAZIONE DELLA ASSOCIAZIONE RADICALE “ANDREA TAMBURI” IN VISITA AL CARCERE DI SOLLICCIANO.

CONVOCAZIONE DI CONFERENZA STAMPA (ORE 13 DI FRONTE AL CARCERE)

Firenze, 16 agosto 2017

Il prossimo 18 agosto, una delegazione dell’Associazione per l’iniziativa radicale “Andrea Tamburi” si recherà in visita nel carcere di Sollicciano per verificare, anche con la collaborazione della direzione dell’istituto, la situazione interna e i problemi da riportare fuori dalle mura del carcere, affinché la città ne sia informata e possa contribuire a risolverli. La visita della delegazione radicale sarà anche l’occasione per presentare la nuova iniziativa politica lanciata oggi, 16 agosto, dal Partito Radicale, con Rita Bernardini in primis: un “grande Satyagraha collettivo” per rendere effettiva la riforma dell’ordinamento penitenziario.

Gli organi di informazione sono invitati, alle ore 13 circa di venerdì 18 agosto, alla conferenza stampa di fronte al carcere di Sollicciano che illustrerà i risultati della visita nell’istituto penitenziario.

Parteciperanno: Rita Bernardini, della presidenza del Partito Radicale, Paolo Hendel, Tommaso Grassi, consigliere comunale, gruppo “Firenze a Sinistra”, l’avvocato Eriberto Rosso, il cappellano del carcere Don Vincenzo Russo e Massimo Lensi, dell’associazione per l’iniziativa radicale “Andrea Tamburi”.

18 AGOSTO A SOLLICCIANO2

Il prossimo 18 agosto, una delegazione dell’Associazione per l’iniziativa radicale “Andrea Tamburi” si recherà in visita nel carcere di Sollicciano per verificare, anche con la collaborazione della direzione dell’istituto, la situazione interna e i problemi da riportare fuori dalle mura del carcere affinché la città ne sia informata e possa contribuire a risolverli. Faranno parte della delegazione: Rita Bernardini, della presidenza del Partito Radicale, l’avvocato Eriberto Rosso, della Camera Penale di Firenze, il consigliere comunale fiorentino Tommaso Grassi (gruppo “Firenze a Sinistra”), il cappellano di Sollicciano, Don Vincenzo Russo, Massimo Lensi, Grazia Galli, Maurizio Buzzegoli, Roberto Davide Papini, Maurizio Morganti dell’Associazione per l’iniziativa radicale “Andrea Tamburi”, Alessandro Bavasso Mellini dell’Associazione “Firenze Radicale-per gli Stati Uniti d’Europa”, e l’attore Paolo Hendel.

Paolo Hendel, iscritto al Partito Radicale, ha voluto spiegare le ragioni della sua partecipazione.

 Carcere, una tortura quotidiana

di Paolo Hendel

Alla voce “carcere” leggo sul vocabolario: “Stabilimento in cui vengono scontate le pene detentive (Zanichelli)”, “Luogo in cui vengono rinchiuse le persone private della libertà personale per ordine dell’autorità competente (Devoto-Oli)”, “Luogo dove vengono reclusi individui privati della libertà personale in quanto riconosciuti colpevoli di reati  per i quali sia prevista una pena detentiva (Wikipedia)”.

La pena quindi consiste nella privazione della libertà. Le sentenze di condanna non dicono: “Caro signore, ti riteniamo colpevole e perciò ti condanniamo a vivere per tot anni chiuso in una cella umida e sovraffollata, in condizioni igieniche disumane, con temperature estive da forno, con impianti elettrici malfunzionanti e magari con qualche bel crollo strutturale dell’edificio di tanto in tanto, il tutto con pochissima attenzione per la tua salute che tanto peggio stai e meglio è, così impari!”

L’anno scorso a Sollicciano tre detenuti si sono tolti la vita. Oggi nel carcere ci sono circa 680 detenuti mentre la capienza regolamentare sarebbe di 494. Se vado in giro in macchina e mi porto dietro moglie, figlia, i miei due fratelli, la mamma anziana e la badante col marito e il cane, superando il limite massimo di 5 persone, prima o poi un vigile mi ferma e come minimo mi fa una bella multa. Nelle nostre carceri italiane il soprannumero è la norma seppure illegale. Ed è dura anche per chi ci lavora. Per gli operatori (rieducatori, volontari…) e per gli agenti di Polizia Penitenziaria. Il corpo di Polizia Penitenziaria a Sollicciano è sottodimensionato (485 agenti sui 696 previsti dal regolamento). E’ incredibile che proprio in carcere, giorno dopo giorno, si infranga sistematicamente la legge e che sia lo Stato a farlo!

Quindi la pena non è “solo” la privazione della libertà. C’è una terribile pena aggiuntiva che diventa tortura quotidiana. Come si possono realizzare percorsi riabilitativi in condizioni del genere, per non parlare dei complicati meccanismi burocratici e amministrativi che già di per sé rendono le cose difficili? Tralasciando i casi, che pure esistono, di innocenti finiti in galera per errori giudiziari e rimandando ad altra occasione una riflessione sul carcere come “discarica sociale”, destino che troppo spesso incombe su coloro che sono emarginati e senza prospettive, credo che evitare il terribile sovrappiù di disagi, sofferenze e umiliazioni aiuterebbe i detenuti a sentirsi ancora donne e uomini con una prospettiva di vita dignitosa davanti nel non facile cammino di un auspicabile reinserimento sociale.

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